La città che sale
(The City Rises / La Ville se lève / Восставший город​)
di Chiara Boscaro & Marco Di Stefano
(Selezione 2018, 2/3)

Data e luogo di scrittura: 2015, Milano
Testo finalista Premio di Drammaturgia “Scena&Poesia” 2017
Mario Fratti Award (New York, 2018)

C’è una città che cambia. Ci sono i suoi abitanti. Ci sono vittime e carnefici. C’è un sindaco che sta distruggendo la sua città per un paio di mazzette. C’è Amir che muore in cantiere perché a un certo punto i ragazzi sotto il suo controllo hanno perso la voglia di farsi controllare, ma non potevano denunciarlo. Loro non esistono più. In questa città c’è un sindacalista che non si dà pace e un giovane barista che ha paura di una bellissima ragazza tunisina. C’è un vecchio che lo aiuta e un pizzaiolo morto che verrà trovato dal suo fattorino. C’è una giornalista quarantacinquenne che cerca di fare qualcosa per il mondo e un travestito che cerca di dimenticare l’amore. C’è un giovane operaio di nome Khaled che non capisce perché, da quando è in Italia, quelli che chiama fratelli si prendono sempre una parte della sua paga. C’è un clima di merda, un clima che cambia, ma nessuno sa fino a che punto. Sono storie, niente di più. Storie che si incrociano e poi tornano a separarsi. Il giorno dopo la partenza di Jasmina, tutti tornano a sognare verso l’alto, ma anche a guardarsi i piedi per non inciampare. E mentre Giovanni vola a Tunisi, non sa che la donna che ama è un’assassina. E io sono sempre morto. Sono il Narratore e sono morto. Non risusciterò. È solo passata una cometa, il mondo non cambierà.

“There is a city that changes, there are its people living there. There are victims and perpetrators. There is a mayor who is destroying his city because he takes bribes. There is Amir who dies on a construction site because the boys under his control, at a certain point, lost the desire to be controlled by him, but they could not report to the police. They no longer exist. In this city, there is a unionist who does not rest for a second and a young bartender who is afraid of a beautiful Tunisian girl. There is an old man who helps the bartender and a dead pizza-chef to be found by his deliveryman. There is a forty-five-year-old journalist who is trying to do something good for the world and a transvestite who is trying to forget about love. There is a young worker named Khaled who does not understand why, since he is in Italy, those who he calls brothers always take a part of his pay. There is shitty weather – so miserable out there -, a climate that changes, but nobody knows to what extent. These are stories, nothing more. Stories that cross each other and then separate again, following their own paths. The day after Jasmina’s departure, everyone returns to dream upwards, but also to look at their feet so as not to stumble. And while Giovanni flies to Tunisi, he does not know that the woman he loves is a murderer. And I’m always dead. I’m the Narrator and I’m dead. I will not rise again. Only a comet has passed, the world will not change.”

 

GLI AUTORI

chiaraboscaroChiara Boscaro – 1985 Laurea in Scienze Umanistiche per la Comunicazione all’Università degli Studi di Milano e Diploma in drammaturgia alla Scuola Paolo Grassi. Con Marco Di Stefano firma 07.09.2012, selezionato da PIIGS Festival de Dramatúrgia sobre la crisi di Barcellona, e Bedda Maki, vincitore Una commedia in cerca d’autori 2016. Lavora con Roberto Rustioni (Atti unici da Anton Čechov). Ultimi suoi testi messi in scena sono i monologhi del Progetto Internazionale PENTATEUCO (prod. La Confraternita del Chianti/Ass. K.).

Degrees in Human Science for Communication at the University of Milan and Dramaturgy at the Civica Scuola di teatro Paolo Grassi. With Marco Di Stefano wrote 07.09.2012, selected by PIIGS Festival de Dramatúrgia sobre la crisi in Barcelona, and Bedda Maki, winner of the prize Una commedia in cerca d’autori 2016. She works with Roberto Rustioni (One act plays by Anton Chekhov). Her latest texts on stage are the monologues of the PENTATEUCO International Project (produced by La Confraternita del Chianti / Ass. K.).

marco curriculum

Marco Di Stefano – 1981 Diploma in drammaturgia alla Scuola Paolo Grassi di Milano e laurea in Teatro al DAMS di Bologna. I suoi testi e spettacoli sono stati tradotti, prodotti e presentati il Italia, Svizzera, Germania, Spagna, Cina, Francia, Svezia, Romania, Croazia, Slovenia e Regno Unito in collaborazione con alcune delle più importanti realtà teatrali come 6th Theatre OLympics, Biennale Di Venezia, Dance Base di Edimburgo.

Degrees in Dramaturgy at the Paolo Grassi School in Milan and in Theatre at the DAMS in Bologna. His texts and performances have been translated, produced and presented in Italy, Switzerland, Germany, Spain, China, France, Sweden, Romania, Croatia, Slovenia and United Kingdom in collaboration with some of the most important theatrical realities such as 6th Theatre OLympics, Biennale Of Venice, Edinburgh Dance Base.

 

Sito internet:
www.laconfraternitadelchianti.eu

 

… BRANO DEL TESTO…

0.

Gennaio

NARRATORE: Sono morto. Morto morto. Così lo sappiamo tutti e non c’è bisogno di imbarazzi e condoglianze, e domande su come parlo, e il linguaggio del personaggio, e lo stile, ecc. Sono morto. E come a tutti i morti, mi tocca fare il narratore. Perché sono morto, e allora so tutto, sono fuori dai giochi. Curiosa questa concezione dell’aldilà. Uno aspetta tutta la vita di morire per vedere che succede, e poi non succede niente. Se proprio vuoi, fai il narratore. E io ci sono arrivato pure prima del tempo, non potevo aspettare, no. 27 Luglio 1993, strage di via Palestro, la bomba al PAC. Io sono quello che dormiva sulla panchina ai Giardini Pubblici. Moussafir Driss, marocchino, 44 anni. Lo diceva il cartello, che era vietato l’ingresso fuori dagli orari di apertura. Là dove c’era l’erba ora c’è un pezzo di lamiera che mi ha aperto a metà. E, se proprio voglio, faccio il narratore.

Oggi non è il 1993, è inverno, è presto, fa buio e fa un freddo cane. Apro una parentesi, tanto sono il narratore: questa città non farà schifo, ma il clima è una merda. Ce n’è di peggiori, c’è il Circolo Polare Artico, c’è gente che sta al buio per mesi, ma quando ho scelto di venire qui, non pensavo certo alle mattine di gennaio. Il cielo è così scuro che ancora non si capisce se ci sono nuvole o è sereno. Ma le nuvole ci sono. La città è lì. E anche l’uomo c’è. L’uomo viene giù in silenzio, dall’alto, nel cantiere deserto. Attraversa lo scheletro verticale dell’edificio in costruzione e cade esattamente al centro di una pozzanghera di fango gelato. Non fa rumore, non fa schizzi, rimane lì. Bah, io preferisco quando fanno un po’ di sangue. Almeno sporca in giro, no?

Fuori dal cantiere c’è Giovanni. Giovanni a quell’ora solleva la serranda del bar come tutte le mattine. Guarda le gru, lì dove sorgerà il quartiere degli altri. Non vede l’uomo cadere. Non potrebbe. Una volta tanto, la nebbia avvolge tutto come quando la raccontano i vecchi. L’uomo lo ritroveranno un’ora dopo. Diranno che non lavorava lì. Nessun documento. Niente di niente. Uno venuto giù dal cielo come la cometa di Gesù Bambino, ma fuori tempo massimo. Saranno tutti lì a guardare il morto a due metri dalla recinzione. Ci sarà un infermiere del 118 che parla al telefono e due poliziotti che interrogano il capo cantiere. Giovanni vedrà gli operai sciamare via, gli italiani da una parte, gli stranieri dall’altra. Avrà in bocca un sapore cattivo. Una volta sognavamo tutti verso l’alto, penserà. Ora ci si guarda i piedi per non inciampare. Poi Giovanni si gira e vede che il Vecchio è lì accanto a lui, e la sua bocca si muove, e adesso il narratore può tornarsene sulla sua panchina a fissare un buco nel muro della cultura.

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